E’ lui l’amico-traditore.
Domenico Giampà, 28 anni, nipote del “professore”, boss di Lamezia, da anni in carcere. Fermato la sera del 05 agosto e accusato di aver partecipato insieme ai fratelli Aldo e Aurelio Notarianni, all’omicidio di Roberto Amendola avvenuto la sera del 13 novembre 2008. Domenico Giampà, secondo gli inquirenti, è la persona che ha contattato Roberto Amendola dandogli appuntamento per portarlo da chi doveva vendergli la pistola, consapevole del fatto che invece sarebbe stato ucciso. Giampà è stato identificato attraverso le intercettazioni telefoniche (la chiamata fatta ad Amendola) e il gps che era nella macchina della vittima e che si è fermata quella sera in via Murat, davanti all’abitazione di Giampà per poi raggiungere il luogo dell’imboscata. La certezza che la voce fosse quella di Giampa' e' arrivata oltre che dalle analisi tecniche, da due persone vicine a Giampa', che convocati da Carabinieri hanno riconosciuto con certezza la sua voce .
I carabinieri continuano a indagare, si presume infatti che nei prossimi giorni vengano fermate altre persone coinvolte nell’omicidio. E’ un grande risultato per la città di Lamezia Terme risolvere casi di omicidi di mafia, quasi sempre rimasti senza colpevoli. Ma negli ultimi anni, le cose sono cambiate, grazie ad una squadra di inquirenti e magistrati che lottano per sconfiggere la criminalità organizzata.
C’è stato un terzo arresto a Lamezia questa notte per l’omicidio di Roberto Amendola, si tratta di Domenico Giampà. Ancora non si conoscono i particolari del ruolo di Giampà nell’omicidio. Aggiornerò prima possibile, nel frattempo pubblico le foto di Aurelio e Aldo Notarianni, i due fratelli arrestati e accusati di essere gli esecutori materiali dll’omicidio di Roberto Amendola.

La conferenza stampa svoltasi ieri mattina ha chiarito la dinamica dell’omicidio di Roberto Amendola e dei successivi arresti. Vi riporto quindi com’è andata secondo la ricostruzione degli inquirenti la sera del 13 novembre 2008.
Qualcuno, presumibilmente un amico di Roberto Amendola, non ancora identificato e chiamato dagli inquirenti “il traditore”, lo ha portato quella sera stessa a casa di uno dei fratelli Notarianni, era tutto organizzato, era una trappola con i fiocchi e l’amico ha avuto il coraggio di chiamarlo sapendo che sarebbe andato dritto fino alla tomba. Nell’auto di Roberto Amendola c’erano delle
microspie e il cellulare era intercettato in quanto era ovviamente tenuto sotto controllo dagli inquirenti per le rapine fatte in passato. Roberto era in cerca di una pistola perché secondo gli inquirenti voleva farsi strada da solo, voleva diventare un boss (e già questa definizione mi sembra una grossa stronzata, non è che si diventa boss da un giorno all’altro o solo grazie ad una pistola) ma secondo gli amici che sono stati anch’essi
intercettati, questi è stato ucciso per niente, quindi non perché avesse dato fastidio a qualcuno cercando di diventare un boss.
Comunque quella sera viene contattato da un amico, (probabilmente era stato lui stesso a rivolgersi a questa persona per l’acquisto di una pistola) che gli dà un appuntamento per portarlo da chi doveva vendergliela e lo porta dai fratelli Notarianni.
Ricostruisco il dialogo tra l’amico traditore e la persona che gli inquirenti riconoscono in Aldo Notarianni.
Dalle microspie presenti in macchina di Roberto Amendola si sente questo “amico” che scende dall’auto:
Amico: Aspetta nta machina, ca mo viagnu (Aspetta in macchina che ora arrivo)
Si sente poi il suono di un citofono e la voce dell’amico: Ca è (E’ qui)
Aldo Notarianni: Duv’è duv’è (dov’è)
Amico: Là arriatu a vinella (Lì, dietro la viuzza)
Aldo Notarianni: Jamu (Andiamo)
Si sentono i passi avvicinarsi alla Lancia Y, il rumore di un caricatore e due spari. Così muore un ragazzo di 24 anni a Lamezia.

Ma c’è di più, dopo la sua uccisione in modo così crudele ci sono i commenti degli assassini che chiacchierano come se niente fosse, subito dopo gli spari, con il cadavere ancora caldo uno dice agli altri «Va pija a machina. Viniti arriatu a mmia. Carmu, carmu, viniti arriatu. U pijai drittu 'nta testa. Jetta a pistola dintra. Mi vulissi cacciari u giubbinu, chi dici? Jamu, mintici fhuacu». (Vai a prendere la macchina. Venite dietro di me. Calmo, calmo, venite dietro. L’ho preso dritto in testa. Butta la pistola dentro. Mi vorrei togliere il giubbino, che dici? Dai, incendiala)

Per uccidere e carbonizzare una giovane vita gli assassini hanno provato le stesse emozioni che si provano bruciando sterpaglia.
Non hanno avuto neanche la pietà di far vedere il suo viso ai genitori per l’ultima volta.
Ecco, così muore un ragazzo di 24 anni a Lamezia.
Aldo e Aurelio Notarianni, questi i nomi dei presunti assassini di Roberto Amendola, ucciso con due colpi di pistola alla nuca e bruciato nella sua auto il 13 novembre
Gli è stato riservato un trattamento da boss, bruciato come si fa con i peggiori traditori, ma ormai qui è diventata una moda bruciare dopo avere ucciso, è un ulteriore sfregio utile anche a cancellare le tracce. Ma questa volta ci sono 2 arrestati, due fratelli che sabato 01 agosto sono stati messi dietro le sbarre con l'accusa di omicidio in concorso premeditato ed aggravato dall'avere agito con crudelta'.
Aldo e Aurelio Notarianni, di 44 e 46 anni accusati di essere gli autori materiali dell’omicidio. Al momento non si conoscono ulteriori dettagli, dopo la conferenza stampa che sta avendo luogo presso
Il 10 luglio 2002 scompare Santo Panzarella, un ragazzo di 29 anni. Due giorni dopo viene ritrovata la sua auto, un’Alfa Romeo 164, carbonizzata nelle campagne di Francavilla Angitola (Vv). Lui scompare nel nulla. Il motivo di questa sparizione lo spiega sua madre, Angela Donato, intervistata più volte da “Chi l’ha visto” non per fare appelli al figlio affinchè tornasse a casa, o ad un presunto rapitore affinchè lo liberasse, no, Angela Donato ha fatto appelli per chiedere la restituzione del cadavere del figlio per seppellirlo e avere un posto dove andare a piangerlo. Sapeva che quando si scompare in Calabria si tratta quasi sempre di “lupara bianca”. La scomparsa di Santino Panzarella è la conseguenza della relazione che aveva intrapreso con una donna, la moglie del boss Rocco Anello. Ad accorgersi di questa relazione (il boss era all’oscuro di tutto, o almeno così si dice), il fratello del boss Tommaso Anello e due affiliati della cosca Anello, Vincenzo e Giuseppe Fruci (AMICI di Panzarella). Questi tre personaggi hanno attirato con una scusa Panzarella nella zona industriale e qui (secondo le dichiarazioni del pentito Michienzi, amico di Panzarella che ha assistito al suo omicidio) è stato sparato. I killer convinti di averlo ucciso, lo hanno messo nel portabagagli, ma Panzarella non era morto, racconta Michienzi “Appena il cofano si aprì vidi Santino con il volto dilaniato e sanguinante che tentava di alzarsi dicendo: “Aiuto, bastardo, mi ha sparato”. Io ero letteralmente agghiacciato. Giuseppe Fruci prese una pistola automatica da sotto la maglietta.. L’arma si era inceppata e cercò più volte di sbloccarla, e quindi chiamò suo fratello Vincenzo che con una manovra rese funzionante l’arma, quindi si avvicinò a Santino ed esplose un colpo alla fronte freddandolo. Io ero raccapricciato. Giuseppe Fruci ha detto più volte di chiudere il cofano, ma un ginocchio di Santino ne ostruiva la chiusura. Porto indelebile il ricordo di Giuseppe che più volte sbatteva il cofano della 164 alla gamba di Santino prima di riuscire a chiuderlo”.
Dopo anni è stata trovata una clavicola che appartiene a Santo Panzarella. Nell’ottobre del 2006 vennero arrestati i tre accusati del crudele omicidio. Prima di rendere pubbliche le motivazioni dell’uccisione di Panzarella, i magistrati convocarono la moglie del boss offrendole protezione ma lei rifiutò e tornò a casa dal marito. Ora la situazione è questa, due dei tre imputati, Tommaso Anello e Vincenzino Fruci, hanno chiesto il rito abbreviato (in caso di condanna avranno lo sconto di pena di un terzo), nell’aprile scorso il pubblico ministero della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro Gerardo Dominijanni ha chiesto due ergastoli accusando gli imputati di omicidio pluriaggravato – dalla premeditazione e dalle modalità mafiose - di detenzione e porto illegale di arma da fuoco, e concorso in distruzione di cadavere aggravata.
Volete sapere com’è finita tutta questa storia?
03/07/09
Sono stati assolti per non aver commesso il fatto Tommaso Anello, di 45 anni, e Vincenzino Fruci, di 33 anni, accusati dell'omicidio di Santo Panzarella, scomparso il 10 luglio 2002. La sentenza e' stata emessa dal Giudice per le udienze preliminari del tribunale di Catanzaro, Abigail Mellace, dinanzi al quale si e' svolto il processo con rito abbreviato. Al termine della requisitoria il pm della Dda di Catanzaro, Gerardo Dominijanni, aveva chiesto la condanna all'ergastolo per i due imputati. Alla lettura della sentenza un grido, quello di Angela Donato, la madre di Panzarella e un disperato "Mi farò giustizia da sola!"
Vergognosa Italia!
Quasi dimenticavo, un condannato c’è stato, chi?? Il collaboratore di giustizia Francesco Michienzi, condannato a 10 mesi e al pagamento di tutte le spese processuali.
p.s. chissà se il Governo manderà gli ispettori per chiarire questa situazione!!!
Libri:
L’osso di dio di Cristina Zagaria
Il corpo e il sangue d’Italia. Otto inchieste da un paese sconosciuto (una delle inchieste si intitola “Scandalo a Filadelfia” e parla delle numerose scomparse dette “lupara bianca”)
Vi posto altre foto di Robertino e della sua Lancia Y blu:




Ci sono riuscita, ho preso il giornale e ho scannerizzato le foto che avevo promesso di pubblicare, ho dovuto sforzarmi di guardarle, di pensare a cosa è successo all'interno di quell'auto e a che fine ha fatto questa persona, anche se ancora non ci credo, mi sembra impossibile, troppo lontano dalla realtà, troppo distante dalla vita normale. Non può chiamarsi vita questa.

Eppure è così, un ragazzo di 24 anni lontano da ambienti mafiosi è morto, e soprattutto è morto così. Come dobbiamo vivere? Con la paura? Con il terrore? Spero prenderanno i responsabili, e si capirà il perchè di una fine così terribile anche se credo che non ci sia spiegazione che tenga. Robertino è morto in quest'auto, per chi volesse dettagli su questa storia, basta leggere il post precedente del 14/11/08. Con queste foto non devo aggiungere altro, la crudeltà è davanti ai vostri occhi, non c'è bisogno che io dica nulla.

p.s. la foto di Roberto pubblicata sul giornale è vecchia di qualche anno, ora era molto diverso.
Ieri sera tra le 19 e le 20 è stato ucciso un ragazzo a Lamezia, Roberto Amendola, aveva 24 anni. I carabinieri sono stati avvisati da una chiamata anonima che riferiva che nel rione Capizzaglie c’era un auto avvolta dalle fiamme. Precipitatisi sul posto insieme ai vigili del fuoco che hanno spento l’incendio si sono trovati davanti uno spettacolo orribile. Dentro l’auto, una lancia y blu divenuta bianca dopo le fiamme, c’era il corpo completamente carbonizzato di Roberto Amendola, un giovane lametino già conosciuto alle forze dell’ordine. Robertino, come lo chiamavano gli amici, aveva precedenti per rapina ma non faceva parte di nessun clan mafioso. Purtroppo però è morto nella maniera più brutale. Sembra che Robertino sia stato prima sparato e poi i killer abbiamo cosparso di benzina il suo corpo e la sua auto dando tutto alle fiamme per renderlo irriconoscibile, per cancellare ogni traccia o per punirlo di un tradimento o perché ha visto qualcosa che non doveva vedere. Solitamente il bruciare qualcuno è uno sfregio che si fa ai traditori, agli infami, ma Robertino non avrebbe mai tradito nessuno, era una persona affidabile che credeva nell’amicizia e si faceva sempre i fatti suoi. Ma qualcosa evidentemente è successo, qualcosa che l’ha portato a morire e a spegnere per sempre il suo sorriso. In questo momento il mio pensiero va a te Rò ma anche ai tuoi familiari e soprattutto ai tuoi genitori che ti vogliono un bene dell’anima e che in questo momento stanno soffrendo tantissimo. Tua mamma che ti adorava, sempre ansiosa di sapere dov'eri ora non ti rivedrà più. Addio.
nota:pomeriggio o domani pubblicherò alcune foto dell'omicidio
L'udienza preliminare è stata fissata per settembre. L'uomo, tra l'altro, era sospettato di avere tentato, nel 2000, di corrompere un testimone portandogli soldi della cosca Torcasio per indurlo a ritrattare. La pistola che lo ha ucciso a quanto pare risulta rubata a Brescia quattro anni fa e non ha la matricola abrasa. Mi viene da pensare quando succecdono queste cose a quante persone hanno visto ieri, quanti si sono trovati nel momento sbagliato nel posto sbagliato, quanti hanno sentito per la prima volta il rumore di uno sparo e le urla o l’agonia di un uomo colpito a morte. Quanti si sono fermati con la macchina, mettendosi la testa in mezzo alle mani e abbassandola per far vedere all’assassino nel caso si fosse girato che lui non vede e non parla, che non gli interessa niente di quella guerra, lui vuole solo tornare a casa dalla sua famiglia. Chissà quante persone non hanno visto l’ora di tornare dai propri cari dopo aver visto un corpo trucidato da colpi da pistola e l’assassino magari a volto scoperto che con una freddezza da professionista gli ha sparato 10-11-12 colpi. Chissà quanti di loro avranno degli incubi vedendosi di nuovo davanti la scena, quanti di loro invece dimenticheranno perché tanto non è un’esperienza unica qui da noi, in tanti l’hanno fatta e tanti altri la faranno perché i morti purtroppo non sono finiti.
Posto alcune foto del luogo dove è stato ritrovato il corpo o meglio, lo scheletro di Gennaro Ventura insieme ad alcuni oggetti a lui appartenenti. Sono tratte dalla Gazzetta del Sud. Senza parole!!!
Queste sono le foto della Cisterna


Questo è il cellulare ritrovato

Questa è la fede e un bracciale

La borsa dove c'erano le macchine fotografiche

E’ lui. E’ Gennaro Ventura la persona trovata a Lamezia il 26 aprile 2008 in un casolare abbandonato all’interno di una vasca. Quello scheletro appartiene a lui.
Impronte dentarie, esami radiografici e qualunque tipo di elemento scientifico delle persone scomparse negli ultimi anni in città sono state usate per una comparazione con quelle ritrovate nel casolare di campagna al fine di verificarne la compatibilità, perché ovviamente non è l’unico ad essere sparito a Lamezia…
Sul teschio, come avevo già scritto il 29 aprile 2008 è stato riscontrato un foro causato da un colpo di pistola, quel proiettile è entrato nella sua testa sparato da chissà chi mentre lui lo guardava negli occhi, magari supplicandolo di lasciarlo andare, e invece no, non c’è mai fine alla ferocia degli uomini.
Nel fondo della vasca, insieme a resti umani, una fede nuziale con su inciso il nome di Manuela, la moglie di Ventura, due vecchie macchine fotografiche: una sei per sei, prodotta dalla Zenza Bronica e una Yaschica, una reflex 35 millimetri formato 24 x 36, una vecchia analogica e le chiavi di una Opel, la sua.
Probabilmente Ventura è morto per aver fatto il suo lavoro di uomo di Stato, di carabiniere che con la sua testimonianza ha fatto arrestare dei delinquenti, probabilmente, perché ancora non si è arrivati alla verità. Dopo 12 anni si hanno elementi ma non prove.
Sono vicina alla famiglia Ventura che dopo anni di appelli, di tormenti, di disperazione, di rabbia, di vuoto interiore, ora può mettersi, per quanto sia possibile, l’anima in pace, perché avere un figlio morto è orribile ma avere un figlio del quale non si sa nulla da 12 anni credo sia peggio. Si fanno ipotesi, si spera, ci si illude e nello stesso tempo ci si disillude e fa male, tanto male, non sapere che fine ha fatto quel figlio, quel marito, quel fratello, cos’è successo, se è morto, come è morto, dove è morto. E’ terribile.
Spero che ora ci sia una svolta nelle indagi anche se personalmente non ho fiducia nella giustizia perché non ho fiducia nello Stato. Se lo Stato è composto da uomini di m… che fanno leggi di m… ovviamente la giustizia non può essere diversa, sempre m…è! Questo è il mio punto di vista, forse dettato anche dalla rabbia, dalla sfiducia.
Omicidio nella notte a Lamezia, è stato ucciso un imprenditore del settore ittico, Gino Benincasa di 64 anni. E' stato raggiunto da almeno 15 colpi di arma da fuoco.
Benincasa a quell'ora era solito recarsi a prelevare del pesce per le proprie attività nel settore della distribuzione ittica. I Killer conoscevano ovviamente le sue abitudini e lo hanno atteso davanti al cancello della sua abitazione, quando Benincasa è uscito con il suo furgone lo hanno trucidato utilizzando probabilmente un fucile calibro 12 e una mitraglietta calibro 7,62, forse un kalashnikov.
Aveva precedenti penali ed era stato accusato di voler estorcere denaro insieme al figlio ai fratelli Perri, imprenditori molto conosciuti in Calabria, il quale padre, Antonio Perri, è stato ucciso all'interno di uno dei loro supermercati anni fa. In seguito Benincasa e il figlio furono assolti. era stato anche consigliere comunale quando ci fu lo scioglimento per infiltrazioni mafiose
Considerazione personale: sembra quasi strano sentire di un omicidio consumato nella notte, solitamente sono messi in atto durante il giorno, possibilmente nelle ore di punta in zone molto trafficate. Come per dire "Noi facciamo quello che vogliamo" e come dargli torto? Hanno ragione, fanno quello che vogliono!

Il ritrovamento delle ossa sarebbe avvenuto per caso. Gennaro Ventura scomparve a soli 28 anni, era sposato e senza figli. Faceva il fotografo a Lamezia, era un ex carabiniere. Il padre di Gennaro è convinto che la sparizione del figlio sia riconducibile all'attività di carabiniere del giovane Gennaro a Tivoli.
Il fratello ha ricordato che, dopo l’incontro con un sedicente avvocato nel giugno del ’94, Gennaro Ventura apparve spaventato e pronunciò la frase: “sono riusciti a trovarmi”, forse riferendosi a qualche episodio avvenuto quando era carabiniere (si congedò nel 1992). Non si sa a quale vicenda in particolare possa essersi riferito, ma in quel periodo, quando era ancora in servizio a Tivoli, Ventura fu uno dei testimoni chiave in un procedimento penale che portò alla condanna di due uomini, uno di Torino e uno, incensurato, originario di Lamezia Terme. Il 15 luglio del 1991, Ventura si era recato a Roma con un commilitone per consegnare a un perito chimico del Tribunale un campione di stupefacenti sequestrato. I due carabinieri avevano incrociato sulle scale del palazzo un uomo vestito da poliziotto insieme a uno in borghese. Trovarono la porta dello studio aperta e il perito massacrato di botte, rapinato di un importante quantitativo di eroina e cocaina che aveva in consegna. Durante le indagini Ventura, il suo collega e il perito contribuirono a definire un identikit fotografico del finto poliziotto che portó ad incriminare due uomini. La loro testimonianza fu anche determinante per la condanna degli imputati.
Come mai non si è indagato meglio su questo trascorso?